Stangata ai Santapaola

Written by  Thursday, 27 November 2008 00:00

Dopo un'indagine di due anni, l'operazione "Padrini" dei carabinieri infligge un duro colpo alle cosche catanesi: ricostruiti omicidi ed estorsioni, tra i 24 arrestati c'è anche Carmelo Frisenna (Fi), accusato di essere l'aggancio politico dei clan. Cosa nostra gestiva gli appalti e avrebbe influenzato anche il voto.

 

Catania - C'è anche l'assessore ai Servizi sociali del Comune di Paternò, Carmelo Frisenna, di 37 anni, trai 24arrestati dell'operazione "Padrini" dei carabinieri del comando provinciale di Catania contro la cosca Santapaola-Ercolano. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa finalizzata alla commissione di omicidi, estorsioni, rapine, furti e riciclaggio di denaro e beni di provenienza illecita.

L'operazione avrebbe fatto luce anche su una serie di tangenti imposte a imprenditori edili che erano costretti a comprare il cemento da imprese 'amiche' della cosca. Le indagini dei carabinieri, durate due anni, avrebbero accertato anche i collegamenti tra la frangia del clan Santapaola che opera nella provincia e Cosa nostra di Catania.

A Frisenna, imprenditore agricolo, primo degli eletti di Forza Italia nelle elezioni amministrative del maggio del 2007, con 597 voti , è contestato il reato di associazione mafiosa. L'indiscrezione dell'arresto dell'esponente politico è stata confermata dal sindaco del paese etneo, Pippo Failla di An.

Secondo l'accusa Frisenna avrebbe avuto contatti diretti con la cosca che, per la Procura di Catania, lo rendevano il collegamento con le autonomie locali. L'assessore avrebbe avuto incontri anche con Angelo Santapaola, il nipote del capomafia Benedetto assassinato, assieme al suo guardaspalle Nicola Sedici, durante un'operazione di 'pulizia interna' disposta da Cosa nostra nell'ottobre del 2007 nelle campagne di Palagonia.

Secondo la Procura di Catania l'assessore era "strutturalmente e organicamente inserito nel clan" e "rappresentava un avamposto dell'organizzazione all'interno dell'amministrazione comunale". Per la tesi dell'accusa l'assessore era comunque "un riferimento strategico" e "il tramite con i responsabili di altri settori delle autonomie locali su cui la cosca intendeva speculare".

"La prova dell'appartenenza organica di Frisenna alla famiglia etnea di Cosa nostra", sostengono dalla Procura, si "coglie dai diretti e reiterati incontri con il reggente, all'epoca dei fatti, dell'intera organizzazione: il defunto Angelo Santapaola, cugino del boss Benedetto".

Il procuratore Vincenzo D'Agata, l'aggiunto Giuseppe Gennaro e il sostituto della Dna Carmelo Petralia, incontrando i giornalisti, hanno "escluso che allo stato delle indagini ci siano altri politici indagati" e non hanno voluto rendere noto se siano stati individuati appalti pubblici 'infiltrati', sottolineando che "l'inchiesta prosegue".

I provvedimenti restrittivi, in corso di esecuzione da parte di oltre 200 militari dell'Arma, sono stati emessi dal gip Antonino Fallone su richiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dei sostituti della Dna, Carmelo Petralia, e della Dda, Agata Santanocito.

Doppio omicidio. Dall'indagine è emerso che il duplice omicidio di Roberto Faro, 19 anni, e Giuseppe Salvia, 29, l'11 giugno del 2006 a Paternò, fu ordinatoperché erano due ladri non 'inquadrati' nelle cosche locali che avevano messo a segno dei furti di materiale edile e di carburanti in cantieri 'tutelati' da Cosa nostra.

I sicari non esitarono a sparare contro gli obiettivi dell'agguato nonostante la presenza del figlio di Salvia, che allora aveva 7 anni, e che rimase gravemente ferito. Per quell'episodio sono indagate, tra mandanti ed esecutori, quattro persone, arrestate nei giorni successivi dai carabinieri: Salvatore Assinata, di 36 anni, figlio del presunto boss Domenico, Alfio Scuderi, di 35 anni, Giovanni Messina, di 44, e Benedetto Beato, di 26.

Durante i due anni di indagini sulla cosca gli investigatori hanno anche impedito una vendetta trasversale nei confronti di un proprio affiliato 'colpevole' di avere un fratello collaboratore di giustizia.

Voti falsati. Ma non è tutto. Ci sono anche la gestione di appalti e servizi pubblici e presunte pressioni per impedire o ostacolare il libero esercizio del voto in occasione di consultazioni elettorali al centro dell'inchiesta Padrini.

Durante l'operazione i carabinieri hanno eseguito, in esecuzione di un provvedimento del gip, il sequestro preventivo di imprese edili e società di intermediazione finanzaria e i loro conti correnti bancari ritenute riconducibili a presunti appartenenti alla cosca.

 

 

Fonte: lasiciliaweb.it

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