“Dobbiamo insegnare a non avere paura”.Parla l’imprenditore che ha denunciato il clan

Written by  Tuesday, 19 June 2012 00:00

L’imprenditore che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini che hanno permesso di sgominare la cosca Nasone di Scilla racconta ad AgoraVox la sua storia in un'intervista esclusiva. “Denunciare”, dice, “non è una scelta, è l’unica possibilità che abbiamo”. Non era la prima volta per lui. “Sono preparato a queste evenienze. Gli imprenditori devono imparare a fidarsi dello Stato, che è sempre più determinato nel contrasto alla mafia. Ma la lotta al crimine organizzato deve essere culturale. E deve iniziare nelle scuole”.


Fabio D’Agata è un imprenditore siciliano. Ha coraggio da vendere, una coscienza civile esemplare e 44 anni di cui 23 di lavoro alle spalle. Da quando ha iniziato, ha avuto diverse aziende. Le sue ultime due società hanno sede ad Acireale, a dieci chilometri da Catania: «Facciamo lavori di consolidamento con reti e rocciatori», spiega ad AgoraVox. Di solito lavora in Sicilia, ma l’anno scorso ha vinto un appalto in Calabria per dei lavori sulla Statale 18, a Scilla, dove comandano, anzi comandavano i Nasone. La cosca si è subito fatta viva per le sue richieste estorsive. A Fabio D’Agata hanno incendiato un macchinario e mille metri quadrati di rete. Ma lui, invece di pagare come gli altri, ha denunciato il suo estorsore e lo ha fatto arrestare.

Si chiama Giuseppe Fulco, ed è grazie alla videoregistrazione dei suoi colloqui in carcere che la Dda di Reggio Calabria ha potuto avviare le indagini che il mese scorso hanno permesso di sgominare il resto del clan. Tutto merito di un imprenditore – un solo imprenditore – che ha denunciato. E che oggi, in un’intervista ad AgoraVox, racconta per la prima volta la sua storia:

«Avevamo iniziato i lavori verso marzo del 2011. Lavoravamo lì per conto dell’Anas, avevamo vinto una gara per dei lavori di consolidamento sulla statale 18 all’altezza di Scilla, sotto l’autostrada. Dopo una quindicina di giorni che eravamo in cantiere abbiamo subìto un danneggiamento grave su un compressore grosso che avevamo in strada e che serve a muovere tutta l’attrezzatura di perforazione. Mi ha chiamato il cantoniere dell’Anas e mi ha detto che c’era stato un incendio doloso».

Ha compreso subito di essere di fronte a un’intimidazione mafiosa?

«Mi avevano detto che aveva preso fuoco un compressore, ma il compressore era spento. Era domenica, il cantiere era chiuso: ho capito che si era trattato di un evento doloso. E ho chiamato i carabinieri».

Si trattava di un danno importante?

«Sì, era grosso. Un danno da almeno 45mila euro. Io l’ho visto il lunedì seguente, quando sono andato al cantiere: avevano aperto gli sportelli del compressore, buttato della benzina e bruciato la parte elettrica e il motore: lo avevano praticamente distrutto».

Fino a quel momento si era fatto sentire qualcuno?

«No, nessuno. Io venivo da esperienze simili in Sicilia, ne ho avuta più di una, e di solito c’erano degli avvertimenti prima del danno grosso, dei segnali… La benzina, il proiettile... Poi dopo arrivavano al danno grosso. Mi sono anche sentito a disagio coi carabinieri a dover denunciare un incendio doloso senza potere avanzare nessun sospetto sui possibili responsabili».

Poi cosa è successo?

«Dopo il compressore ci hanno incendiato un pezzo di rete che avevamo messo, mille metri quadrati. E poi, dopo qualche settimana, si è presentata una persona in cantiere. Io non c’ero. Così lui agli operai ha detto che doveva parlare con il titolare perché altrimenti saremmo dovuti andare via e non avremmo più potuto continuare a lavorare. L’operaio poi me lo ha raccontato e ho capito che si trattava di una richiesta di estorsione. Così ho continuato a fare denunce, stavolta più circostanziate. D’accordo con i carabinieri ho fatto in modo di avere un appuntamento con questa persona. E l’ho incontrato ».


Era Giuseppe Fulco, uomo del clan Nasone. Che cosa le ha detto?

«Mi disse che la colpa dei danni era mia perché non ero andato a cercare le persone giuste per mettermi a posto prima di iniziare, che stavo togliendo il lavoro alle persone del posto. Che poi nemmeno è vero: noi di solito se possiamo coinvolgere le maestranze locali lo facciamo sempre, sia per le forniture sia per il movimento terra, ovviamente con le dovute precauzioni. Cerchiamo sempre di collaborare con l’imprenditoria sana del territorio in cui andiamo a lavorare».

Quanto le chiese?

«Noi avevamo vinto una gara per un importo che si aggirava sui 400 mila euro per due lavori. Lui era a conoscenza di uno solo di questi lavori: avevamo due cantieri contigui, ma avevamo messo un solo cartello. Così ha creduto che avessimo un solo cantiere e ci ha fatto l’estorsione solo su quello. Ci chiese seimila euro. Avrebbe dovuto corrispondere al tre per cento. A modo suo ci aveva fatto anche uno sconto».

Lei cosa gli rispose?

«Gli spiegai che non ero abituato a cercare nessuno e che se la richiesta era questa l’avrei onorata magari in due tranche. Alla consegna della prima tranche di 4mila euro il soggetto fu arrestato dai carabinieri che, avvertiti, lo aspettavano poco lontano».

C’è una cosa che mi ha colpito nel suo verbale. Lei ha raccontato che il suo operaio ha ricevuto la visita di quell’uomo alle 13. Poi è passato il tempo necessario perché ci parlasse e perché riferisse tutto a lei, e lei alle 13 e 24 minuti stava già telefonando ai carabinieri. È stata una decisione presa in fretta, senza pensarci tanto sopra.

«Su queste cose, guardi, c’è poco da decidere. Il racket non esisterebbe se le persone fossero informate e sensibilizzate alla denuncia. Poi sa, bisogna sempre valutare caso per caso. A volte si presentano dei millantatori, oppure persone che cercano lavoro: viviamo in un territorio difficile. Se viene qualcuno e ti dice “ho bisogno di un po’ di ferro vecchio sennò vi rompo il compressore” gli dai 50 euro per passare la giornata. Ma se uno viene in cantiere e pretende una tassa perché sei lì, è un altro tipo di problema. Ogni volta che abbiamo capito che le richieste erano riconducibili a un’attività criminale – organizzata o indipendente – siamo sempre andati a denunciare».

Giuseppe Fulco, l’uomo dei Nasone che ha provato a estorcere la sua ditta, è stato condannato in primo grado. Lei ha ottenuto un risarcimento come parte civile?

«Non ho seguito il processo, so che è stato condannato con rito abbreviato. Io non mi sono costituito parte civile: ho attivato la procedura per accedere ai fondi che lo Stato mette a disposizione delle vittime di mafia, come risarcimento dei danneggiamenti che abbiamo subito. Ho sempre fatto così, anche in passato per gli altri tentativi di estorsione che abbiamo affrontato».

Lei prima ha detto di avere subito diverse altre richieste estorsive in passato. Ne parla come se ci avesse quasi fatto l’abitudine.

«Non è una cosa a cui si fa l’abitudine: è difficile abituarsi a questo tipo di prevaricazione. Ma siamo preparati. Tutte e due le mie aziende sono iscritte ad Addiopizzo e registrate nella lista delle imprese pizzo-free di Catania. Gli operai sanno che quando viene qualcuno me lo devono dire. Non è la prima volta. Però non ci si abitua mai».

La prima volta quando è stata?

«Era il 2001. Io lavoravo in subappalto per un’altra azienda in un cantiere a Enna. Ci incendiarono una trivella, un danno da 150 mila euro. Ma era un’intimidazione rivolta all’azienda che ci aveva affidato il lavoro, non a noi. La richiesta estorsiva arrivò a loro, ma non pagarono. Il primo tentativo di estorsione alla mia azienda fu nel 2008. Sempre in Sicilia, a Santa Maria di Licodia».

Lei cosa fece?

«Andai subito dai carabinieri».

Senza pensarci su un secondo? Nemmeno quella volta?

«C’è poco da pensare. Né io né mio fratello abbiamo avuto bisogno di rifletterci. Non si può scegliere: si può solo denunciare, senza lasciarsi prendere dal terrore. Se si ha paura e non si denuncia, non si fa altro che accrescere il numero di persone che verranno a esercitare la loro prevaricazione sicure di rimanere impunite, facendosi scudo del silenzio delle vittime. La forza delle mafie consiste in questo, si fonda sull’omertà, sulla paura. Se provassero a fare qualcosa di simile in un quartiere del nord Europa dove non esiste il fenomeno mafioso, le forze dell’ordine sarebbero seppellite di denunce in quindici minuti, la mobilitazione delle persone sarebbe diversa. Non ci riuscirebbero».

Di fronte a un’intimidazione mafiosa è anche comprensibile avere paura.

«È comprensibile fino a un certo punto. La condizione in cui viviamo il fenomeno mafioso è soprattutto frutto della percezione che abbiamo e delle risposte che diamo come società e come persone. E poi la maggior parte delle intimidazioni estorsive violente si limitano a danneggiamenti contro le cose, contro i macchinari, contro l’azienda. Non contro l’incolumità fisica delle persone».

Basta denunciare le estorsioni per sconfiggere la mafia?

«Il problema mafioso non è un problema di ordine pubblico, l’ordine pubblico lo Stato è in grado di controllarlo. È un problema culturale, profondo. La storiografia antimafia e la giurisprudenza antimafia ci hanno consegnato una struttura verticistica fatta di piramidi, cupole, capi e sottocapi. Ma tutte queste cupole, questi clan, posano su un basamento robusto fatto di cultura. Se si riuscisse ad aggredire quel basamento crollerebbe tutto nell’arco di una generazione. Non tutto ciò che è mafioso è penalmente perseguibile. Certi comportamenti mafiosi, per se stessi, non sono nemmeno reato, e non devono esserlo. Sono atteggiamenti culturali: il consenso sociale dell’illegalità, il disinteresse per tutto ciò che è pubblico, il perseguimento dell’interesse privato a danno di quello generale non sono reati. Non si può indagare qualcuno per omertà. L’omertoso ha paura e ha diritto di averla, ma su quella paura le mafie hanno costruito il loro impero. Per questo, a parte la gestione dell’ordine pubblico cui pensano già le forze dell’ordine e la magistratura, il problema va affrontato con tutti gli strumenti culturali che abbiamo a disposizione, a partire dalla scuola elementare. Militarizzare un territorio serve solo ad aumentare la paura. Leonardo Sciascia (in realtà Gesualdo Bufalino, ndr) diceva che la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri di scuola elementare, e aveva ragione».

Dai tempi di Sciascia, però, le cose sono migliorate.

«Il fenomeno delle estorsioni è antico, ma la presa di coscienza è recente. La Confindustria siciliana sta vivendo una fase di rinnovamento. A Catania ci sono 86 imprese che hanno aderito ad Addiopizzo che ora spera di raggiungere presto quota 100. Il clima nella società civile è cambiato, c’è una risposta dei giovani, la lotta antimafia dello Stato è finalmente seria e determinata».

Oggi il nostro giornale pubblica la notizia dell’apertura di un fascicolo di indagine a Reggio Calabria per favoreggiamento ai Nasone da parte di talpe nelle forze dell’ordine che li tenevano informati sulle indagini in corso. Quel clan era appena stato sgominato grazie alla videoregistrazione dei colloqui in carcere del suo estorsore che lei aveva fatto arrestare.

«Questa notizia mi conferma sempre di più nelle mie convinzioni: il problema è complesso e richiede la partecipazione dei singoli. Lo Stato, come le dicevo prima, è sempre più credibile, ma questo non vuol dire che lo sia sempre in tutte le sue articolazioni. Noi cittadini non abbiamo alternative: o stiamo con lo Stato – con quella parte di Stato che combatte davvero la mafia – o non avremo nessuno al nostro fianco. In Sicilia in passato ci sono state fughe di notizie clamorose, pensiamo solo a quelle sul caso Cuffaro. Ci sono sentenze che hanno accertato che alcuni singoli nelle forze dell’ordine, o addirittura nella magistratura, in alcuni casi lavoravano per Cosa nostra. Qualche giorno fa la Dda di Enna ha fatto arrestare il comandante della stazione dei carabinieri di Catenanuova. Un maresciallo dei carabinieri! Purtroppo quello delle infiltrazioni è un fenomeno che è in moto e non si può arrestare. Fa parte del gioco. Ma non è un buon motivo per cambiare l’impostazione che la parte sana della società ha preso in questi anni».

Le altre volte, quando ha chiesto di usufruire del fondo per le vittime di mafia, poi ha sempre ottenuto dallo Stato quello che le spettava?

«Sì, ogni volta che abbiamo attivato la procedura, dopo le verifiche necessarie, lo Stato ci ha sempre risarciti. A tutela degli imprenditori ci sono leggi ben scritte, ma purtroppo poco conosciute. Molti, infatti, oltre ad avere paura dell’intimidazione, hanno anche paura dei danni materiali, di rimetterci il patrimonio dell’azienda. Vede, lo Stato non si è sempre comportato così. Alcuni imprenditori stanno iniziando a fidarsi. Ma in passato lo Stato non era credibile come oggi, e molti ancora ne diffidano. Però oggi lo Stato da questo punto di vista è molto presente, e noi siamo stati risarciti ogni volta. L’Anas, invece, non mi ha ancora pagato i lavori».

 

Fonte: Agora vox

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