«Siamo distanti da accuse e polemiche. Continuiamo a lavorare come sempre»

Written by  Friday, 20 September 2013 10:47

Accuse di “professionismo dell’antimafia”, di eroismi retrodatati, di scheletri nell’armadio e di imprenditori dai cognomi imbarazzanti nelle liste delle associazioni. Il mondo dell’antiracket catanese è in fibrillazione. A far scoppiare la miccia delle polemiche l’uscita del presidente regionale di Confcommercio, Pietro Agen che ha criticato l’operato del presidente di Confindustria Trapani, Gregory Bongiorno per la sua decisione di denunciare “in ritardo” gli estortori che lo taglieggiavano dal 2005 al 2007.

 

 

Poi la risposta di Confindustria Sicilia che ha rimandato le accuse al mittente invitando Agen a guardare «all’interno della sua associazione (il riferimento è alla recente denuncia di Angelo Ercolano per le false fatturazioni e il sequestro di beni collegato all’attività della sua azienda la «Sud Trasporti srl»).

«Sul fronte dell’antimafia ci sono persone che si impegnano in materia volontaria e gratuita e persone che ci costruiscono carriere, fortune politiche e immagine». Claudio Risicato, presidente dell’associazione Rocco Chinnici e coordinatore delle associazioni antiracket del Sistema Confcommercio è uno che non ha mai avuto peli sulla lingua. «Noi abbiamo lavorato sempre e continueremo a farlo in maniera gratuita senza chiedere contributi e facendo volontariato al 100%. Io non ho mai chiesto contributi perché ritengo che opporsi al sistema criminale sia un dovere civico e invece, purtroppo, nel nostro mondo girano tanti soldi e c’è chi fa questa attività come lavoro. Io sostengo che dobbiamo stare al di fuori della politica e del sistema dell’elargizione dei contributi. La nostra missione è rendere libere le nostre imprese dall’ipoteca mafiosa e aiutare gli imprenditori che ne hanno bisogno. Per quanto riguarda le denunce tardive, conosco tante persone che hanno pagato il pizzo per anni e poi hanno denunciato, però da questo a trasformarlo mediaticamente in un eroe dell’antiracket (Gregory Bongiorno ndr) ce ne corre.Io credo che Agen abbia voluto dire questo. Capisco l’imprenditore che ha titubanze a denunciare e non giudico la scelta, la cosa che stride è che certi giornali e certi ambienti l’hanno messo sul piedistallo come un eroe, ma è successo in pratica quello che è successo a Catania con il geometra Vecchio che eroe non è».

«Io credo - sostiene Gabriella Guerini, presidente dell’Asaae e responsabile dell’Area Orientale per il Fai (federazione antiracket italiana) che per le associazioni antiracket sia arrivato il momento delle denunce collettive. Se una confederazione vuole costituire l’associazione antiracket non dovrebbe fare altro che chiamare i responsabili delle varie categorie e fare le denunce. Ma quante persone hanno resentato denunce dentro le Associazioni di categoria ottenendo risultati? Noi ci aspetteremmo che intere categorie si facciano avanti, questo sarebbe il vero salto di qualità. La verità è che a Catania è tutto sotto traccia, anche le cose positive. Palermo è molto più avanti di noi, anche se qui abbiamo cominciato nel ‘91. Ci sono tante persone oneste, che ragionano bene, che sono corrette, ma se chiedi loro di venire fuori allo scoperto non lo fanno. Per questo dico che la svolta sarebbero le denunce collettive. Per quanto riguarda il discorso dei finanziamenti alle associazioni antiracket la nostra ha vinto uno dei tre Pon sicurezza dedicati alla Sicilia e questo significa che entro tre anni dovremo incrementare del 30% le denunce e le associazioni, pena il ritiro del contributo. Su questo sono stata attaccata, perchè io ho uno stipendio. Ma da 22 anni, gli unici soldi che abbiamo ricevuto sono stati quelli della Regione che abbiamo speso documentalmente per aiutare gli imprenditori in difficoltà e per fare campagne informative e convegni».

«Abbiamo volutamente preso le distanze da tutta questa polemica - precisa Giovanni Bonanno, presidente dell’Asaec, l’associazione antiracket catanese più longeva - anche perché quando si parla in questi termini di questi argomenti se ne parla male e si rischia di perdere tutto quello che abbiamo costruito in questi anni di buono. Io penso più alle vittime che alle “prime donne”, e purtroppo in questomomento sono le prime donne a farsi avanti. Sicuramente se il signor Ercolano fosse venuto da me non lo avrei accettato come iscritto. Se, in questi anni avessimo cercato la quantità avremmo avuto 1.000 soci e invece siamo circa 100. Queste battaglie non si fanno con i numeri ma con le persone valide. E comunque a me piace ricordare i primi momenti. Quando andavamo in Tribunale quasi di nascosto per difendere le vittime oggi sono tutti bravi». Si può denunciare in ritardo? «Io credo di sì. Anche noi abbiamo avuto persone che dopo anni, si sono decise a fare un passo del genere. Non è facile, lo dico per esperienza. Io ho fatto arrestare i miei estortori e, per me, l’incubo è finito però c’è gente che non ne ha la forza anche perchè ti minacciano la famiglia, i tuoi affetti. A Catania le estorsioni sono diminuite tantissimo e le denunce pure. Ma non per il senso civico, solo perché molti imprenditori sono con le spalle al muro e non ce la fanno a sopravvivere. Però per chi denuncia lo Stato c’è. Magari sgangherato, magari con pochi mezzi per le Forze dell’Ordine, però c’è. L’importante è che le associazioni antiracket non
prendano soldi. Noi non ne abbiamo mai preso e, secondo me, in linea di principio è sbagliato.
Certo i soldi servono per organizzare convegni, per i progetti nelle scuole scuole, ma non per fare l’attività. Noi ci autofinanziamo da 22 anni e siamo ancora qui con la testa alta ».

«Mah, io dico solo che se uno lavora sodo tutto questo tempo di fare polemica non ce l’ha - afferma Chiara Barone del direttivo di Addiopizzo Catania -. Per quanto riguarda i fondi, secondo me chi presta il suo impegno come volontario non deve essere pagato, ma se l’associazione riceve dei fondi per la sua attività non ci vedo nulla di male. Noi come Addiopizzo Catania accediamo ai fondi regionali, l’importante è che questi soldi che vengano spesi bene. Per il resto ci siamo inventati di tutto per autofinanziarci, a cominciare dalla lotteria. Oggi, per i murales tutti ci dicono bravi, ma io dico che non sono nostri, sono di tutti, appartengono alla città. La Provincia ci ha dato i 20mila euro per ristrutturare l’edificio confiscato oggi nostra sede. Perché non li dovevamo prendere? Come avremmo fatto altrimenti? L’importante è lavorare sodo per lanciare messaggi di cambiamento. Oggi ci sono 120 imprenditori, commercianti e liberi professionisti che hanno detto di no al pizzo e 5.000 consumatori che li seguono. Non volere vedere tutto questo sarebbe come non voler vedere la realtà. Semmai le associazioni dovrebbero capire che ci muoviamo tutti per lo stesso obiettivo e che dovremmo lavorare insieme invece di mostrare divisioni».

 

Fonte: La Sicilia

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