Venerdì, 12 Febbraio 2010 01:00

Mafia e Stato: verbo o congiunzione?

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"Dopo 7 anni di silenzio ho deciso di parlare, ho deciso di parlare di cose di cui nessuno parlarva, ho parlato della trattativa tra stato e mafia, mi sono pentito di questo silenzio, il silenzio che mio fratello non mi avrebbe mai perdonato. E adesso mi ritrovo in giro a parlare davanti alle platee, e non ho più neppure la forza di indignarmi. Lo faccio solo per trasferire questa rabbia, perché tutti dobbiamo essere furiosi affinché qualcosa possa cambiare".

Questa una parte dell'intervento di Salvatore Borsellino all'incontro "Stato e mafia: verbo o congiunzione?" cui ho assistito. Poco prima due bravissimi attori avevano ripercorso le ultime fasi di vita di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, in un dialogo intotolato "La Mattanza".

La platea ascolta in silenzio, commuovono i ricordi dei due magistrati, i video della strage di Via D'Amelio, le scene della folla che tenta il linciaggio del capo della polizia e del capo dello stato, ipocritamente intervenuti al funerale degli uomini della scorta di Paolo Borsellino che non hanno saputo o voluto proteggere.

Interviene Gioacchino Genchi, raccontando di quando un giornalista nel corso di un dibattito chiese alla madre di uno degli agenti morti come si chiamasse suo figlio. La signora, scoppiando in lacrime, disse di essere "madre di un figlio che si chiamava scorta". A questa signora non è neppure stata regalata la memoria.

Borsellino mostra l'agenda rossa, simbolica riproduzione del manoscritto dove suo fratello Paolo annotava i dettagli più importanti delle proprie indagini, scomparso dopo la sua morte, e diventato il simbolo di una battaglia, quella che Savatore Borsellino compie ogni anno nel giorno dell'anniversario della strage di Via D'Amelio. Racconta di quelle centinaia di giovani che come lui difendono dai rappresentanti dello stato quell'angolo disgraziato di Palermo, brandendo agende rosse e chiedendo la verità. Non si arrenderanno fino a quel giorno.

Ascoltare, indignarsi, schiumare di rabbia è condizione necessaria, ma non sufficiente. Io stesso mi indigno, mi imbufalisco, mi vergogno, mi sento frustrato. Ma queste reazioni sono fini a loro stesse se non accompagnate da fatti, fatti concreti, nelle grandi e piccole cose. Non basta assistere a quattro ore di parole per sentirsi a posto con la coscenza o con se stessi. Non basta avere la voglia di informarsi e di conoscere la verità. Io sento rabbia e sgomento prima di tutto contro me stesso, contro la mia inettitudine sul tema.

La nostra generazione ha a disposizione uno strumento straordinario che è internet, se solo lo usassimo correttamente per parlare di cose importanti, di aggregarci, di fare proposte. Se invece di diventare fan del cannolo siciliano o aggiornare lo stato quando si entra o esce dal bagno scrivessimo le parole di Impastato, scrivessimo le parole di Maurizio De Lucia, scrivessimo che la mafia è una montagna di merda, avremmo già fatto qualcosa. Siamo 10 volte loro, ma sembriamo meno della metà. Bisogna smetterla di essere indifferenti, di pensare che la nostra parte è invariante. Bisogna fare come i ragazzi di Addiopizzo, che hanno scritto che "un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità", e non si sono fermati qui, hanno raccolto le firme di consumatori e commercianti etici e "pizzo free", sono già migliaia ma pur sempre una goccia. Dovrebbero essere centinaia di migliaia, perchè tanti sono i siciliani e non solo della loro razza.

Ho parlato con Francesco Russo, uno dei due autori del dialogo di cui sopra, ho visto nei suoi occhi emozione e speranza, mentre gli stringevo la mano e gli raccontavo le mie impressioni sul suo lavoro. Non sarà la loro opera a cambiare le cose, si tratta di un piccolo contributo per dire noi ci siamo. E per causare indignazione, a portare altri ad un'overdose di rabbia che possa portarli ai fatti, di qualunque natura questi siano. Hanno fatto una piccola cosa, ma almeno l'hanno fatta.

 

Nicola Purrello

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